


Amedeo Bordiga



Il Principio Democratico

  



Da "Rassegna Comunista" anno II n. 18 del 28 febbraio 1922 
Trascritta per Internet dalla redazione "Che fare", Ottobre 1999 



  
Il principio democratico
L'impiego di certi termini nella esposizione dei problemi del comunismo ingenera 
molto spesso equivoci tra l'uno e l'altro senso in cui possono essere adoperati. 
Cos  dei termini democrazia e democratico. Il comunismo marxista si presenta 
nelle enunciazioni di principio come una critica e una negazione della 
democrazia; d'altra parte i comunisti difendono spesso l'applicazione della 
democrazia, il carattere democratico, negli organismi proletari: sistema statale 
dei consigli operai, sindacati, partito. In questo non vi  certo contraddizione 
alcuna, e nulla vi  da opporre all'uso del dilemma: democrazia borghese o 
democrazia proletaria, come equivalente perfettamente a quello: democrazia 
borghese o dittatura proletaria. 
La critica marxista ai postulati della democrazia borghese si fonda infatti 
sulla definizione dei caratteri della presente societ divisa in classi, e 
dimostra l'inconsistenza teorica e l'insidia pratica di un sistema che vorrebbe 
conciliare l'uguaglianza politica con la divisione della societ in classi 
sociali determinate dalla natura del sistema di produzione. 
La libert e uguaglianza politica contenute secondo la teorica liberale nel 
diritto di suffragio non hanno senso se non su una base che non contenga 
disparit di condizioni economiche fondamentali: ecco perch noi comunisti ne 
accettiamo l'applicazione nell'interno degli organismi di classe del 
proletariato, al cui meccanismo sosteniamo che si deve dare un carattere 
democratico. 
Anche se, per non ingenerare equivoci, e per evitare di valorizzare un concetto 
che faticosamente tendiamo a demolire e che  ricco di suggestioni, non si vuole 
introdurre l'uso di due diversi termini nei due casi,  per utile guardare un 
po' pi addentro al contenuto stesso del principio democratico in generale, 
anche in quanto lo si applichi a organismi omogenei dal punto di vista 
classista. E questo per evitare che, mentre ci sforziamo con la nostra critica 
di rimuovere tutto il contenuto ingannevole ed arbitrario delle teoriche 
"liberali", non si debba correre il rischio di ricadere nel riconoscimento di 
una "categoria", il principio di democrazia, che si ponga come un elemento di 
verit e di giustizia assoluta, in modo aprioristico, e che sarebbe un intruso 
in tutta la costruzione della nostra dottrina. 
  
* I *
Come un errore dottrinale  sempre alla base di un errore di tattica politica, o 
ne , se si vuole, la traduzione nel linguaggio della nostra coscienza critica 
collettiva, cos un riflesso di tutta la politica e la tattica perniciosa della 
socialdemocrazia si ha nell'errore di principio che il socialismo erediti una 
parte sostanziale del contenuto che la dottrina liberale ha affermato contro 
quello delle vecchie dottrine politiche a base spiritualista. Invece nelle sue 
prime formulazioni il socialismo marxista distrugge appunto, e non accetta per 
completarla, tutta la critica che il liberalismo democratico aveva edificato 
contro le aristocrazie e le monarchie assolute dell'antico regime. La distrugge 
non certo per rivendicare - diciamolo subito per chiarire il nostro orientamento 
-- una sopravvivenza delle dottrine spiritualistiche o idealistiche contro il 
materialismo volterriano dei rivoluzionari borghesi, ma per dimostrare come in 
realt i teorici di quest'ultimo, con la filosofia politica della 
"Enciclopedia", non si fossero che illusi di essere usciti dalle nebbie della 
metafisica applicata alla sociologia e alla politica e dai nonsensi 
dell'idealismo, e insieme coi loro predecessori dovessero soggiacere alla 
critica veramente realistica dei fenomeni sociali e della storia edificata nel 
materialismo storico di Marx. 
 anche teoricamente importante dimostrare come per approfondire il solco tra 
socialismo e democrazia borghese, per ridare alla dottrina della rivoluzione 
proletaria il suo contenuto potentemente rivoluzionario smarrito nelle 
adulterazioni dei fornicatori con la democrazia borghese, non sia affatto 
necessario fondarsi su una revisione dei principi in senso idealista o 
neo-idealista, ma occorra semplicemente rifarsi alla posizione presa dai maestri 
del marxismo dinanzi all'inganno delle dottrine liberali e della filosofia 
borghese materialista. 
Per rimanere al nostro argomento mostriamo che la critica del socialismo alla 
'democrazia era sostanzialmente una critica alla critica democratica delle 
vecchie filosofie politiche, una critica della pretesa loro contrapposizione 
universale, una dimostrazione che esse si assomigliavano teoricamente, cosi come 
praticamente il proletariato non aveva molto a lodarsi del passaggio della 
direzione della societ dalle mani della nobilt feudale, monarchica e 
religiosa, in quelle della giovane borghesia commerciale e industriale. E la 
dimostrazione teorica che la nuova filosofia borghese non aveva vinto i vecchi 
errori dei regimi di dispotismo, ma era solo un edificio di nuovi sofismi, 
corrispondeva concretamente alla negazione contenuta nel sorgere del movimento 
sovvertitore del proletariato della pretesa borghese di avere per sempre 
sistemata l'amministrazione della societ su basi pacifiche e indefinitamente 
perfettibili, con l'avvento del diritto bi suffragio e del parlamentarismo. 
Mentre le vecchie dottrine politiche, fondate su concetti spiritualistici o 
addirittura sulla rivelazione religiosa, pretendevano che le forze 
soprannaturali che governano la coscienza e la volont degli uomini avessero 
assegnato a certi individui, a certe famiglie, a certe caste, il compito di 
dirigere e amministrare la vita collettiva, consegnando loro per divina 
investitura il prezioso deposito dell'"autorit", la filosofia democratica 
affermatasi parallelamente alla rivoluzione borghese contrappose a 
quest'asserzione la proclamazione dell'uguaglianza morale, politica, giuridica, 
di tutti i cittadini, nobili ecclesiastici o plebei che fossero, e volle 
trasferire la "sovranit" dalla cerchia ristretta della casta o della dinastia a 
quella universale della consultazione popolare in base al suffragio, per cui la 
maggioranza dei cittadini designa con la sua volont i reggitori dello Stato. 
I fulmini che i sacerdoti di tutte le religioni e i filosofi spiritualisti 
avventarono contro questa concezione non bastano a farla accettare come la 
vittoria definitiva della verit contro l'errore oscurantista, se pure per molto 
tempo il "razionalismo" di questa filosofia politica  sembrato l'ultima parola 
in fatto di scienza sociale come di arte politica, e ha avuto la solidariet di 
molti che si dicevano socialisti. L'affermazione che il tempo dei "privilegi"  
tramontato da quando si  creata la base della formazione elettorale 
maggioritaria della gerarchia sociale, non regge alla critica del marxismo, che 
porta ben altra luce sulla natura dei fenomeni sociali, e pu apparire una 
seducente costruzione logica solo se si parte dall'ipotesi che il voto ossia il 
parere, l'opinione, la coscienza, di ciascun elettore abbia lo stesso peso nel 
conferire la sua delega per l'amministrazione degli affari collettivi. Quanto 
poco realista e "materialista" sia questo concetto lo dimostri per ora questa 
considerazione: esso configura ogni uomo come una "unit" perfetta di un sistema 
composto di tante unit potenzialmente equivalenti tra loro, e anzich porre la 
valutazione del pronunziato di quel singolo in rapporto a mille sue condizioni 
di vita ossia di rapporti con gli altri uomini, la teorizza nella supposizione 
della "sovranit". Questo equivale ancora a porre la coscienza degli uomini al 
di fuori del riflesso concrete dei fatti e delle determinanti dell'ambiente, a 
pensarla come la scintilla accesa in qualunque organismo, sano o logoro, 
tormentato o armonicamente soddisfatto nei suoi bisogni, con eguale provvida 
misura da un indefinibile dispensatore di vita. Questi non avrebbe designate il 
monarca, ma avrebbe dato a ognuno una eguale facolt di indicarlo. Il 
presupposto su cui, malgrado la sua ostentazione di razionalit, poggia la 
teorica democratica, non  dissimile per metafisica puerilit da quello del 
"libero arbitrio" per cui la legge cattolica dell'aldil assolve o condanna. La 
democrazia teorica in quanto si accampa fuori del tempo e della contingenza 
storica non  dunque meno impeciata di spiritualismo di quello che non siano nel 
profondo del loro errore le filosofie dell'autorit rivelata e della monarchia 
per diritto divino. 
Chi volesse seguire maggiormente questi raffronti non avrebbe che a ricordare 
come la dottrina politica democratica sia stata molti secoli prima della 
dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino e della grande rivoluzione 
affacciata da pensatori che erano totalmente sul terreno dell'idealismo e della 
filosofia metafisica, e del resto la grande rivoluzione stessa abbatt in nome 
della Ragione gli altari del dio cristiano, ma anche di quella volle o dove fare 
una deit. 
Questo presupposto metafisico incompatibile col carattere della critica marxista 
 proprio non solo delle costruzioni del liberalismo borghese, ma di tutte 
quelle dottrine costituzionali e di quei progetti di edificazione della societ 
che si fondano sulla "intrinseca virt" di dati schemi di rapporti sociali e 
statali. Costruendo la sua dottrina della storia il marxismo demoliva infatti a 
un tempo l'idealismo medioevale, il liberalismo borghese e il socialismo 
utopista. 
  
* II *
A queste costruzioni arbitrarie di costituzioni sociali, aristocratiche o 
democratiche, autoritarie o liberali, alle quali  analoga per i suoi errori la 
concezione anarchica di una societ senza gerarchia e senza deleghe di poteri, 
il comunismo critico ha contrapposto uno studio ben pi fondato della natura dei 
rapporti sociali e delle loro cause, nel complesso sviluppo evolutivo che essi 
presentano lungo il corso della storia umana, una attenta analisi del carattere 
di questi rapporti nella presente epoca capitalistica, e una serie di ponderate 
ipotesi sulla loro ulteriore evoluzione a cui viene ora ad aggiungersi il 
formidabile contributo teorico e pratico della rivoluzione proletaria russa. 
Sarebbe superfluo svolgere qui i noti concetti del determinismo economico e gli 
argomenti che ne dimostrano la fondatezza nell'interpretazione dei fatti storici 
e del meccanismo sociale. Ogni apriorismo di conservatori o di utopisti  
contemporaneamente eliminate dall'introduzione dei fattori che stanno sul 
terreno della produzione e dell'economia e dei rapporti di classe che da essi 
scaturiscono, permettendo di passare ad una spiegazione scientifica dei fatti di 
vario ordine che costituiscono le manifestazioni giuridiche, politiche, 
militari, religiose, culturali della vita sociale. 
Ci limiteremo a seguire in modo sommario attraverso il corso della storia le 
evoluzioni che ha presentato il modo di organizzazione sociale e di 
aggruppamento degli uomini, non solo nello Stato, astratta figurazione di una 
collettivit unificatrice di tutti gli individui, ma nei vari organismi alla 
formazione dei quali danno luogo i rapporti fra i singoli. 
Alla base dell'interpretazione di ogni gerarchia sociale, estesissima o 
limitata, stanno i rapporti tra i vari individui, e alla base di questi sta la 
divisione di funzioni tra di essi. 
Inizialmente possiamo immaginare senza commettere gravi errori l'esistenza di 
una forma di vita della specie umana completamente inorganizzata. Il limitate 
numero di individui consente ad essi di vivere dei prodotti della natura senza 
applicare a essa arte o lavoro, ed ognuno potrebbe in tal modo, per vivere, fare 
a meno dei propri simili. Non vi sono altri rapporti che quelli comuni a tutte 
le specie, della riproduzione, ma gi per la specie umana - e non per essa 
soltanto - essi bastano a costituire un sistema di rapporti e una conseguente 
gerarchia, nella famiglia. Questa pu fondassi sulla poligamia, sulla 
poliandria, sulla monogamia; non  qui il caso di addentrarsi in una tale 
analisi, ma ci d l'embrione di una vita collettiva organizzata sulla divisione 
di funzioni voluta dalle conseguenze dirette dei fattori fisiologici, per i 
quali, mentre la madre assiste la prole e l'alleva, il padre si dedica alla 
caccia, alla preda, alla protezione dai nemici esterni, ecc. 
Come nelle ulteriori fasi di sviluppo della produzione e della economia, cos in 
questa fase iniziale che  quella della loro assenza quasi completa,  inutile 
soffermarsi sulla ricerca astratta se siamo in presenza dell'unit individuo o 
dell'unit societ. L'unit dell'individuo ha un senso dal punto di visto 
biologico, indubbiamente, ma non  che una elucubrazione metafisica farne il 
fondamento di costruzioni sociali, poich dal punto di vista sociale non tutte 
le unit hanno lo stesso valore e la collettivit non sorge che da rapporti e da 
schieramenti in cui la parte e l'attivit di ogni singolo non sono una funzione 
individuale ma collettiva per le molteplici influenze dell'ambiente sociale. 
Anche nel caso elementare di societ inorganizzata o di non-societ, la stessa 
base fisiologica che ci d l'organizzazione familiare ci basta a distruggere la 
figurazione arbitraria dell'individuo come unit ulteriormente indivisibile 
(senso letterale del termine) e superiormente componibile con altre simili unit 
che conservano la loro distinzione e in un certo senso la loro equivalenza. 
Nemmeno l'unit societ esiste, evidentemente, poich i rapporti tra uomini, 
anche di pura nozione della reciproca esistenza, sono limitatissimi e ristretti 
alla cerchia della famiglia o del clan. Possiamo anticipare l'ovvia conclusione 
che la "unit societ" non  mai esistita e non esister probabilmente mai se 
non come un "limite" a cui ci si possa progressivamente approssimare superando i 
confini di classi e di Stati. 
L'unit individuo pu essere pensata come un elemento di deduzioni e di 
costruzioni sociali, o se si vuole di negazione della societ, solo partendo da 
un presupposto irreale che in fondo anche in formulazioni modernissime non  che 
una diversa riproduzione dei concetti della rivelazione religiosa, della 
creazione, e dell'indipendenza di una vita spirituale dai fatti della vita 
naturale e organica. Ad ogni individuo la divinit creatrice o una forza unica 
governatrice delle sorti del mondo ha dato questa investitura elementare che ne 
fa una molecola autonoma, ben definita, cosciente, volente, responsabile, 
dell'aggregato sociale, indipendentemente dagli accidenti sovrapposti delle 
influenze fisiche dell'ambiente: questo concetto religioso e idealistico non  
che modificato nelle apparenze quando si edifica la concezione del liberalismo 
democratico o dell'individualismo libertario: l'anima come scintilla accesa del 
supreme Ente, la sovranit soggettiva di ciascun elettore, o la illimitata 
autonomia del cittadino della societ senza leggi, sono filosofemi che peccano 
della stessa infantilit innanzi alla critica, per risoluto che sia il 
"materialismo" dei primi liberali borghesi e degli anarchici. 
Questo concetto ha il suo corrispondente nella supposizione parimenti a natura 
idealistica della perfetta unit sociale, del monismo sociale, costruita sulla 
base della volont divina che governa e amministra la vita della nostra specie. 
Ritornando allo stadio primordiale di vita sociale che stavamo considerando, e 
giunti in presenza dell'organizzazione familiare, noi siamo condotti a 
concludere che delle ipotesi metafisiche dell'unit individuo e dell'unit 
societ, possiamo fare a meno nell'interpretazione della vita della specie e del 
processo evolutivo di essa: possiamo invece positivamente affermare che siamo in 
presenza di un tipo di collettivit organizzata su base unitaria, che  la 
famiglia. Noi ci guardiamo bene dal farne un tipo fisso o permanente, e tanto 
pi dall'idealizzarlo a modello di forma di convivenza sociale come si pu fare 
dell'individuo nell'anarchismo o nella monarchia assoluta; constatiamo soltanto 
l'esistenza di questa unit primordiale di organizzazione umana, alla quale 
altre ne succederanno, che essa stessa si modificher in vari aspetti, diverr 
elemento costitutivo di altri organismi collettivi, o scomparir in forme 
sociali avanzatissime, come si potrebbe supporre. Non sentiamo alcun bisogno di 
essere per principio pro o contro la famiglia, come di essere pro o contro, ad 
esempio, lo Stato: ci interessa cogliere per quanto  possibile il senso 
dell'evoluzione di questi tipi di organizzazione umana e, se ci domandiamo se un 
giorno spariranno,  nel modo pi obiettivo, perch non  nella nostra mentalit 
pensarli n come sacri e intangibili n come perniciosi e da distruggere: 
essendo il conservatorismo e il suo rovescio (ossia la negazione di ogni forma 
di organizzazione e di gerarchia sociale) parimenti deboli dal punto di vista 
critico e parimenti sterili di risultati. 
Fuori dal tradizionale contrapposto delle categorie: individuo e societ, noi 
seguiamo nella studio della storia umana il formarsi e l'evolversi di altre 
unit ossia collettivit umane organizzate; aggruppamenti ristretti o estesi di 
uomini, fondati su una divisione di funzioni e una gerarchia, che appaiono come 
fattori e come attori della vita sociale. Queste unit possono paragonarsi solo 
in un certo senso a unit organiche, a organismi viventi le cui cellule di 
diversa funzione e valore sono gli uomini o gruppi elementari di uomini; ma 
l'analogia non  completa poich, mentre l'organismo vivente ha dei limiti 
definiti e un decorso biologico di sviluppo e di morte, le unita organizzate 
sociali non sono chiuse da limiti fissi e si rinnovano continuamente 
intrecciandosi tra loro, decomponendosi e ricomponendosi al tempo stesso. Quello 
che ci preme mostrare, e per il quale scope ci siamo indugiati sul primo e ovvio 
esempio dell'unit famiglia,  che, se queste unit sono evidentemente composte 
di individui e se la stessa loro composizione  variabile, esse tuttavia 
agiscono come "tutti" organici e integrali, e la loro scomposizione in 
unit-individui non ha che un valore mitologico e irreale. L'elemento famiglia 
ha una vita unitaria che non dipende dal numero dei singoli che racchiude, ma 
dalla rete dei loro rapporti, cos come, per esprimersi in modo banale, non ha 
lo stesso valore di una famiglia composta del capo, delle mogli e di alcuni 
vecchi inabili, quella che comprenda oltre al capo alcuni giovani e validi suoi 
figli. 
Da questa prima forma di unit organizzata di individui che  la famiglia, e che 
ci presenta le prime divisioni di funzioni e le prime gerarchie e forme di 
autorit, di direzione delle attivit dei singoli, di amministrazione, si passa 
nel corso dell'evoluzione attraverso infinite altre forme di organizzazione 
sempre pi complesse e vaste. La ragione di questo complicarsi sta nel 
complicarsi dei rapporti e delle gerarchie sociali, nascente da una sempre 
maggiore differenziazione che e Strettamente determinata dai sistemi di 
produzione che l'arte e la scienza mettono a disposizione delle attivit umane 
nell'elaborazione di un sempre maggior numero di prodotti (nel pi vasto senso 
della parola) atti a soddisfare i bisogni di societ umane pi numerose e pi 
evolute verso forme superiori di vita. Il fondamento di un'analisi che voglia 
cogliete il processo di formazione e di modificazione delle varie organizzazioni 
umane e il gioco dei loro rapporti nella societ tutta, deve basarsi sulla 
nozione dello sviluppo della tecnica produttiva e dei rapporti economici che 
sorgono dalla situazione dei singoli nelle varie funzioni che esige il 
meccanismo produttivo. La formazione e la evoluzione delle dinastie, delle 
caste, degli eserciti, degli stati, degli imperi, delle corporazioni, dei 
partiti pu e deve essere seguita attraverso una indagine poggiata su simili 
elementi. Al culmine di questo complesso sviluppo si pu pensare che vi sia una 
forma di unit organizzata che coincida con i limiti stessi dell'umanit 
realizzando la razionale divisione delle funzioni tra tutti gli uomini, e si pu 
discutere quale senso e quali limiti avr in una tale superiore forma di 
convivenza umana il sistema gerarchico dell'amministrazione collettiva. 
  
* III *
Premendoci di giungere all'esame di quegli organismi unitari i cui rapporti 
interni sono fondati su quello che correntemente  detto il "principio 
democratico", introdurremo una distinzione semplificatrice tra collettivit 
organizzate che ricevono la loro gerarchia dall'esterno, e collettivit 
organizzate che la formano di per se stesse e dal loro interno. Secondo il 
concetto religioso e la perfetta teoria dell'autorit la societ umana sarebbe 
in ogni epoca una collettivit-unit che riceve la sua gerarchia dai poteri 
soprannaturali; e non insisteremo nella critica di un simile semplicismo 
metafisico contraddetto da tutta la nostra esperienza. La gerarchia nasce da 
ragioni naturali di necessit nella divisione delle funzioni, e cos 
evidentemente avviene nella famiglia. Trasformandosi questa in trib e in orda, 
essa deve organizzarsi per lottare contro altre organizzazioni, e sorgono 
gerarchie militari sulla base dell'opportunit di affidare il comando ai pi 
atti a valorizzare le comuni energie. A questo criterio di scelta nell'interesse 
comune, che  di molti millenni pi antico dell'elettoralismo democratico 
moderno, in quanto re, capitani e sacerdoti furono originariamente elettivi, 
finiscono col sovrapporsi altri criteri di formazione delle gerarchie, dando 
luogo a privilegi di casta, attraverso l'eredit familiare, o la iniziazione di 
scuole, sette e culti ristretti, essendo in genere il possesso di un grado 
motivato da speciali attitudini e funzioni il migliore elemento per influire 
sulla trasmissione di questo grado, almeno in via normale. Non intendiamo, 
abbiamo detto, seguire tutto lo sviluppo della formazione nel seno della societ 
delle caste e poi delle classi, che alla logica necessit di una divisione di 
funzioni sovrappongono il monopolio di potere e di influenze che si accompagna 
alla posizione di privilegio di dati strati di individui rispetto al meccanismo 
economico. Ogni casta dirigente d a se stessa in un modo o nell'altro una 
gerarchia organizzativa, e cosi avviene per le classi economicamente 
privilegiate: per limitarci ad un esempio, l'aristocrazia terriera del medioevo, 
coalizzandosi per la difesa del comune privilegio dagli assalti di altre classi, 
costruiva una forma di organizzazione che culmin nella monarchia, nelle mani 
della quale si concentravano i poteri pubblici, alla formazione dei quali 
restavano completamente estranei gli altri strati della popolazione. Lo Stato 
dell'epoca feudale  la organizzazione della nobilt feudale appoggiata dal 
clero. Lo strumento principale di forza di queste monarchie militari  
l'esercito: siamo innanzi qui a un tipo di collettivit organizzata in cui la 
gerarchia  costituita dall'esterno:  il re che nomina i gradi nell'esercito, 
fondato sulla passiva obbedienza di ogni suo componente. Ogni forma di Stato 
accentra in una autorit unitaria la capacit di ordinare e di inquadrare una 
serie di gerarchie esecutive: esercito, polizia, magistratura, burocrazia. 
Quindi la unit Stato si serve materialmente dell'attivit di individui di tutte 
le classi, ma  organizzata sulla base di una sola o di poche classi 
privilegiate che hanno il potere di costruirne le varie gerarchie. Le altre 
classi e in genere tutti gli aggruppamenti di singoli che troppo evidentemente 
vedono come gli interessi e le esigenze di tutti non siano affatto garantiti 
dall'esistente organizzazione statale, bench questa ne accampi regolarmente la 
pretesa, cercano di darsi proprie organizzazioni per far prevalere i propri 
interessi partendo dalla constatazione elementare dell'identit di posizione dei 
loro componenti rispetto alla produzione e alla vita economica. 
Se, occupandoci naturalmente di quelle organizzazioni che si danno esse stesse 
la propria gerarchia, ci poniamo il problema del modo col quale questa gerarchia 
deve essere designata per essere la migliore difesa degli interessi collettivi 
di tutti i componenti dell'organizzazione in parola, e per evitare la formazione 
di stratificazioni fondate sul privilegio nel seno di essa, ci si affaccia il 
metodo basato sul principio democratico, consultare tutti i singoli e servirsi 
del parere della maggioranza per la designazione di quelli tra essi che dovranno 
coprire i gradi della gerarchia. 
La critica di una simile proposta deve essere molto pi severa a seconda che si 
propone di applicarla alla societ tutta quale  oggi, o a date nazioni, o si 
tratta di introdurla nel seno di organismi molto pi limitati come i sindacati 
proletari e i partiti. 
Nel primo caso essa  da respingere senz'altro perch campata nel vuoto, senza 
tenere conto alcuno della situazione dei singoli aspetto al fatto economico, e 
con la pretesa che il sistema sia intrinsecamente perfetto, indipendentemente 
dalla considerazione degli sviluppi evolutivi che traversa la collettivit a cui 
lo si applica. 
La divisione in classi nettamente distinte dai privilegi economici fa s che il 
valore di un pronunziato maggioritario perda ogni valore. La nostra critica 
confuta l'inganno che il meccanismo dello Stato democratico e parlamentare 
uscito dalle costituzioni liberali moderne sia una organizzazione di tutti i 
cittadini e nell'interesse di tutti i cittadini. Essendovi interessi 
contrastanti r conflitti di classe non vi  possibile unit di organizzazione, e 
lo Stato resta malgrado l'esteriore apparenza della sovranit popolare l'organo 
della classe economicamente superiore e lo strumento della difesa dei suoi 
interessi. Noi vediamo la societ borghese, malgrado la applicazione del sistema 
democratico alla rappresentanza politica, come un complesso insieme di altri 
organismi unitari dei quali molti si raggruppano intorno al potente organismo 
centralizzato dello Stato politico, poich son quelli che sorgono dagli 
aggruppamenti dei ceti privilegiati e che tendono alla conservazione 
dell'attuale apparato sociale, altri possono essere indifferenti o mutare di 
indirizzo nei confronti dello Stato, altri infine sorgono nel seno dei ceti 
economicamente depressi e sfruttati e sono volti contro lo Stato di classe. Il 
comunismo dunque dimostra come la formale applicazione giuridica e politica nel 
principio democratico e maggioritario a tutti i cittadini mentre persiste la 
divisione in classi per rapporto alla economia, non vale a dare allo Stato il 
carattere di una unit organizzativa di tutta la societ o di tutta la nazione. 
La democrazia politica e introdotta con questa pretesa ufficiale, ma in realt 
come una forma che conviene allo specifico potere della classe capitalistica e 
alla vera e propria sua dittatura, agli scopi della conservazione dei suoi 
privilegi. 
Non occorre dunque insistere molto sulla demolizione critica dell'errore per cui 
si attribuisce un eguale grano di indipendenza e di maturit al "voto" di 
ciascun elettore, sia esso un lavoratore sfibrato dall'eccesso di fatica fisica 
o un ricco gaudente, un accorto capitano dell'industria o un disgraziato 
proletario ignaro delle ragioni e dei rimedi delle sue ristrettezze, andando a 
cercare gli uni e gli altri una volta tanto per un lungo periodo di tempo, e 
pretendendo che l'aver risolto queste sovrane funzioni basti ad assicurare la 
calma e l'obbedienza di chiunque si sentir scorticare e maltrattare dalle 
conseguenze della politica e dell'amministrazione statale. 
  
* IV *
Chiarito cos che il principio di democrazia non ha alcuna virt intrinseca, e 
che non vale nulla come principio, essendo piuttosto un semplice meccanismo di 
organizzazione fondato su una semplice e banale presunzione aritmetica, che i 
pi abbiano ragione e i meno abbiano torto, vediamo se ed in quanto questo 
meccanismo  utile e sufficiente alla vita di organizzazioni che comprendano pi 
limitate collettivit non divise dai solchi degli antagonismi di condizioni 
economiche, e considerate nel processo del loro sviluppo storico. 
 questo meccanismo di democrazia applicabile nella dittatura proletaria, ossia 
in quella forma di Stato a cui d luogo la vittoria rivoluzionaria delle classi 
ribelli al potere degli Stati borghesi, di modo che sia lecito definire questa 
forma di Stato per il suo meccanismo interno di deleghe e di gerarchie, una 
"democrazia proletaria"? La questione non va guardata con preconcetti. Pu ben 
darsi che si arrivi alla conclusione che il meccanismo stesso si presti, con 
date modalit, e finch dalla evoluzione stessa delle cose non ne nasca uno 
meglio adatto, ma occorre convincersi che proprio nessuna ragione milita che ci 
possa far stabilire d priori il concetto di sovranit della "maggioranza" del 
proletariato. Questa non  ancora all'indomani della rivoluzione una 
collettivit completamente omogenea e non costituisce una classe sola: in Russia 
per esempio il potere  nelle mani delle classi degli operai e dei contadini, ma 
 facile mostrare, se per poco si considera tutto lo sviluppo del movimento 
rivoluzionario, che in esso la classe del proletariato industriale, meno 
numerosa assai dei contadini, rappresenta una parte molto pi importante, ed  
quindi logico che nei consigli proletari, nel meccanismo dei Soviet, un voto di 
operaio valga ben pi del voto di un contadino. 
Non vogliamo sviluppare qui tutto l'esame dei caratteri della costituzione dello 
Stato proletario. Noi non lo concepiamo sotto l'aspetto immanente sotto il quale 
i reazionari vedono la monarchia di diritto divino, i liberali il 
parlamentarismo a suffragio universale, gli anarchici il non-Stato. Lo Stato 
proletario, come organizzazione di una classe contro altre classi che devono 
essere spogliate dei loro privilegi economici,  una forza storica reale che si 
adatta allo scope che persegue, ossia alle necessit per cui  nata. Essa 
potrebbe in dati momenti prendere impulso dalle pi vaste consultazioni di massa 
come dalla funzione di ristrettissimi organismi esecutivi muniti di pieni 
poteri; l'essenziale  che a questa organizzazione di potere proletario si diane 
i mezzi e le armi per abbattere il privilegio economico borghese e le resistenze 
politiche e militari borghesi, in modo da preparare poi la sparizione stessa 
delle classi, e le modificazioni sempre pi profonde dello stesso suo compito e 
della sua struttura. 
Una cosa  indubbia: che mentre la democrazia borghese non ha che lo scope 
effettivo di escludere le grandi masse proletarie e piccolo-borghesi da ogni 
influenza nella direzione dello Stato, riservata alle grandi oligarchie 
industriali, bancarie, agrarie, la dittatura proletaria deve poter impegnare 
nella lotta che essa impersona i pi vasti strati della massa proletaria e anche 
quasi proletaria. Ma il raggiungimento di questo scope non si identifica 
affatto, se non per chi  suggestionato da pregiudizi, con la formazione di un 
vasto ingranaggio di consultazione elettiva: questa pu essere troppo e - pi 
sovente - troppo poco, facendo si che dopo una simile forma di partecipazione 
molti proletari si astengano da altre manifestazioni attive nella lotta di 
classe. D'altra parte la gravit della lotta in certe fasi esige prontezza di 
decisioni e di movimenti e centralizzazione della organizzazione degli sforzi in 
una direzione comune. Per accoppiare queste condizioni lo Stato proletario, come 
la esperienza russa ci indica con larghezza di elementi di ammaestramento, fonda 
il suo ingranaggio costituzionale su caratteristiche che vengono direttamente a 
lacerare i canoni della democrazia borghese, per cui i fautori di questa gridano 
a violazione di libert, mentre non si tratta che di smascheramento di 
pregiudizi filistei con cui la demagogia ha sempre assicurato il potere dei 
privilegiati. Il meccanismo costituzionale dell'organizzazione di stato nella 
dittatura del proletariato non  solo consultivo ma al tempo stesso esecutivo, 
la partecipazione, se non di tutta la massa degli eleggenti per lo meno di un 
vasto strato di loro delegati, non  intermittente ma continua nelle funzioni 
della vita politica. interessante come questo si raggiunga senza danno anzi 
parallelamente al carattere unitario dell'azione di tutto l'apparato, proprio 
coi criteri opposti a quelli dell'iperliberalismo borghese: ossia sopprimendo 
sostanzialmente il suffragio diretto e la rappresentanza proporzionale, dopo 
essere passati sopra l'altro sacro dogma del suffragio uguale, come abbiamo 
visto. 
Non intendiamo qui stabilire che questi nuovi criteri introdotti nel meccanismo 
rappresentativo, o fissati in una costituzione, siano tali per ragioni di 
principio: in nuove circostanze potrebbero cambiare, e in ogni caso ci teniamo a 
chiarire che non attribuiamo nessuna intrinseca virt a queste forme di 
organizzazione e di rappresentanza, traducendosi quanto andiamo dimostrando in 
una tesi marxista basilare che pu enunciarsi cos: "la rivoluzione non  un 
problema di forme di organizzazione". La rivoluzione  invece un problema di 
contenuto, ossia di movimento e di azione delle forze rivoluzionarie in un 
processo incessante, che non si pu teorizzare cristallizzandolo nei vari 
tentativi di una immobile "dottrina costituzionale". 
In ogni modo nel meccanismo dei consigli operai non troviamo il criterio proprio 
della democrazia borghese per cui ogni cittadino designa direttamente il suo 
delegato nella rappresentanza suprema, il parlamento. Vi sono invece vari gradi 
di consigli operai e contadini, sempre pi allargati territorialmente fino al 
Congresso dei Soviet. Ogni consiglio locale o distrettuale elegge i suoi 
delegati al Consiglio superiore, come elegge la sua amministrazione, ossia il 
corrispondente organo esecutivo. Mentre alla base, nei consigli iniziali di 
citt e di campagna, vi  la consultazione di tutta la massa, nella elezione dei 
delegati ai consigli superiori e delle altre cariche ciascun aggruppamento di 
elettori non vota a sistema proporzionale ma a sistema maggioritario, scegliendo 
i suoi delegati secondo le liste proposte dai partiti. Del resto siccome il pi 
delle volte si tratta di eleggere un solo delegate che rappresenta il legame tra 
un grado inferiore e un grado superiore di consigli,  evidente come cadano 
contemporaneamente scrutinio di lista e rappresentanza proporzionale, dogmi del 
liberalismo formale. Dovendo ogni strato di consigli dar luogo a organismi che 
non sono solo di consultazione ma anche di amministrazione strettamente 
collegata all'amministrazione centrale  naturale che man mano che si sale verso 
le rappresentanze ristrette si debbano avere non le assemblee parlamentari di 
chiacchieroni che interminabilmente disputano senza mai operare, ma dei corpi 
ristretti ed omogenei atti a dirigere l'azione e la lotta politica e il cammino 
rivoluzionario concorde di tutta la massa cos inquadrata. 
Un simile meccanismo si completa di quelle virt, che assolutamente nessun 
progetto costituzionale comprende nel proprio seno per via automatica, 
attraverso la presenza di un fattore di primissimo ordine nel quale il contenuto 
sorpassa di gran lunga la pura forma organizzativa e di cui la coscienza e la 
volont collettive operanti permettono di impiantare il lavoro sulle necessit 
di un lungo processo incessantemente avanzante: il partito politico. Questo  
l'organo che pi pu approssimarsi ai caratteri di una collettivit unitaria 
omogenea e solidale nell'azione. In realt esso comprende una minoranza della 
massa, ma i coefficienti che esso presenta in confronto di ogni altro organismo 
di rappresentanza basato su larghissimi strati sono appunto tali che dimostrano 
come il partito rappresenti gli interessi ed il movimento collettivo meglio di 
ogni altro organo. Nel partito politico si realizza la partecipazione continua e 
ininterrotta di tutti i componenti alla esecuzione del lavoro comune, e una 
preparazione alla soluzione dei problemi di lotta e di ricostruzione di cui il 
grosso della massa non pu avere coscienza che nel memento in cui si delineano. 
Per tutte queste ragioni  naturale che in un apparecchio di rappresentanza e di 
deleghe che non sia quello della menzogna democratica, ma che si fondi su uno 
strato della popolazione che fondamentali comuni interessi sospingono nel corso 
della rivoluzione, le scelte spontanee cadono sugli elementi proposti dal 
partito rivoluzionario attrezzato per le esigenze del processo di lotta e di 
problemi a cui ha potuto e saputo prepararsi. Noi diremo pi oltre qualche cosa 
per dimostrare come nemmeno al partito attribuiamo queste facolt per il 
semplice effetto del suo speciale criterio di costituzione: il partito pu 
essere e non essere adatto al suo compito di propulsore dell'opera 
rivoluzionaria di una classe, non il partito politico in generale, ma un 
partito, ossia quello comunista, pu corrispondere a simile funzione, e lo 
stesso partito comunista non  preventivamente assicurato dai cento pericoli 
della degenerazione e della dissoluzione. I caratteri positivi che pongono il 
partito all'altezza del suo compito non stanno nel meccanismo dei suoi statuti e 
nelle nude misure di organizzazione interna, ma si realizzano attraverso il suo 
processo di sviluppo e la sua partecipazione alle lotte e all'azione come 
formazione di un indirizzo comune intorno a una concezione di un processo 
storico, a un programma fondamentale, che si precisa come una coscienza 
collettiva, ed a una sicura disciplina di organizzazione al tempo stesso. Gli 
sviluppi di queste idee sono contenuti nelle tesi sulla tattica del partito 
presentate al Congresso del Partito Comunista d'Italia, e note al lettore. 
Per ritornare alla natura dell'ingranaggio costituzionale della dittatura 
proletaria che abbiamo detto essere nei suoi successivi gradi sia legislativo 
che esecutivo, dobbiamo aggiungere qualche cosa per precisare rispetto a quali 
compiti della vita collettiva un tale ingranaggio abbia funzioni ed iniziative 
esecutive, che danno ragione alla sua stessa formazione ed ai rapporti del suo 
elastico meccanismo in continua evoluzione. Intendiamo riferirci al periodo 
iniziale del potere proletario paragonabile alla situazione che ha attraversato 
nei quattro anni e mezzo decorsi la dittatura proletaria in Russia; non vogliamo 
spingerci nel problema dell'assetto definitivo delle rappresentanze in una 
societ comunista non divisa in classi, approssimandoci alla quale si delinea 
una evoluzione di organismi che non possiamo prevedere in tutto ma solo 
intravedere nella direzione di una fusione di tutti i vari organi: politici, 
amministrativi, economici, con la progressiva eliminazione di ogni elemento 
coercitivo e della stessa entit Stato come strumento di potere di classe e di 
lotta contro le altre classi sopravviventi. 
Nel periodo di inizio della dittatura proletaria questa ha un compito 
enormemente gravoso e complesso, che si pu suddividere in tre sfere di azione: 
politica, militare ed economica. Il problema militare della difesa interna ed 
esterna contro gli assalti della controrivoluzione, come quello della 
ricostruzione della economia su basi collettive, hanno come loro fondamento 
l'esistenza e l'applicazione di un piano sistematico e razionale di 
utilizzazione di tutti gli sforzi, in una attivit che deve riuscire a essere 
fortemente unitaria pur utilizzando, anzi proprio per utilizzare con maggior 
rendimento, le energie di tutta la massa. Per conseguenza l'organismo che, in 
primo luogo, conduce la lotta contro il nemico esterno e interno, ossia 
l'esercito (e la polizia) rivoluzionario deve essere fondato su una disciplina e 
una gerarchia centralizzata nelle mani del potere proletario: anche l'esercito 
rosso resta dunque una unit organizzata una gerarchia costituita dall'esterno, 
ossia dal governo politico dello Stato proletario, e altrettanto si dir della 
polizia e della magistratura rivoluzionaria. Pi complessi aspetti ha il 
problema della macchina economica che il proletariato vincitore edifica per dare 
la base al nuovo sistema di produzione e di distribuzione. Non possiamo qui che 
ricordare come la caratteristica che differenzia questo razionale apparato di 
amministrazione dal caos della economia privata borghese sia la 
centralizzazione. La gestione di tutte le aziende si intende fatta 
nell'interesse della collettivit tutta e coordinatamente alle esigenze di tutto 
il piano di produzione e di distribuzione. D'altra parte la macchina economica, 
e lo schieramento dei singoli che vi sono addetti, si modifica di continuo non 
solo per il procedere graduale della sua costruzione ma anche per le crisi 
inevitabili in un periodo di cosi vasta trasformazione accompagnato dalla lotta 
politica e militare. Da queste considerazioni si giunge a conchiudere che nel 
periodo iniziale della dittatura proletaria, se i consigli dei vari gradi devono 
dar luogo contemporaneamente a designazioni di ordine legislativo per i gradi 
superiori e a designazioni esecutive per le amministrazioni locali, bisogna 
lasciare al centro la gestione responsabile in senso assoluto della difesa 
militare, e in senso meno rigido della campagna economica, mentre gli organi 
locali valgono a inquadrare politicamente le masse per la loro partecipazione 
all'attuazione di quei piani e il loro consenso all'inquadramento militare ed 
economico, creando il terreno di una loro attivit pi larga e continua che sia 
possibile intorno ai problemi della vita collettiva, incanalandola nella 
formazione della organizzazione fortemente unitaria che  lo Stato proletario. 
Queste considerazioni su cui non ci dilunghiamo servono a provare non che gli 
organi intermedi della gerarchia statale non debbano avere una possibilit di 
movimento e di iniziativa, ma che non  possibile teorizzare lo schema della 
loro formazione come quello di una adesione precisa ai compiti effettivi 
militari o economici della rivoluzione, formando gli aggruppamenti di elettori 
proletari secondo le aziende produttive o reparti dell'esercito. Il meccanismo 
di tali aggruppamenti non agisce per speciali attitudini inerenti al suo schema 
e al suo scheletro, quindi le unit che raggruppano gli elettori alla base si 
possono fare con criteri empirici, anzi si formeranno da s con criteri 
empirici, tra i quali pu essere la confluenza nel luogo di lavoro come nella 
abitazione o nella guarnigione, o al fronte, o in altri momenti della esistenza 
quotidiana, senza che a priori nessuno se ne possa escludere o elevare a 
modello. Ma il fondamento delle rappresentanze di Stato della rivoluzione 
proletaria resta una suddivisione territoriale di circoscrizioni nel seno delle 
quali avvengono le elezioni. Tutte queste considerazioni nulla hanno di 
assoluto, e ci conduce alla nostra tesi che nessuno schema costituzionale ha 
valore di principio, e che la democrazia maggioritaria intesa nel senso formale 
e aritmetico non  che un metodo possibile per la coordinazione dei rapporti che 
si presentano nel seno degli organismi collettivi al quale da nessuna parte si 
pu costruire una presunzione di necessit o di giustizia intrinseca, non avendo 
per noi marxisti queste espressioni addirittura alcun senso, e non essendo 
d'altra parte il nostro proposito quello di sostituire all'apparato democratico 
da noi criticato un altro progetto meccanico di apparato esente per se stesso da 
difetti ed errori. 
  
* V *
Ci sembra di aver detto abbastanza sul principio di democrazia nella sua 
applicazione allo Stato borghese, con la pretesa di abbracciare tutte le classi, 
e anche nella sua applicazione alla sola classe proletaria come base di uno 
Stato dopo la vittoria rivoluzionaria. Resta a dire qualcosa di quegli organismi 
che esistono in seno al proletariato prima (e anche dopo) della conquista del 
potere: sindacati economici e partito politico, in ordine alla applicazione nei 
loro rapporti di struttura del meccanismo democratico. 
Stabilito che una vera unit di organizzazione non  possibile che sulla base di 
una omogeneit di interessi tra i componenti la organizzazione stessa, resta 
indiscutibile che, poich nei sindacati e nel partito si aderisce sulla base di 
una spontanea decisione a partecipare a un certo ordine di azioni, si pu 
esaminare il funzionamento del meccanismo democratico e maggioritario senza 
applicarvi una critica dell'ordine di quella che distrugge totalmente ogni suo 
valore nel caso dell'artificiosa unificazione costituzionale delle diverse 
classi dello Stato borghese; sempre per senza lasciarsi fuorviare dal concetto 
arbitrario della "santit" dei pronunziati di maggioranza. 
Il sindacato ha rispetto al partito il carattere di una pi completa identit di 
interessi materiali e immediati: entro i rispettivi limiti della categoria esso 
raggiunge una grande omogeneit di composizione e pu da organismo ad adesione 
volontaria tendere a divenire un organismo a cui per definizione, o nello Stato 
proletario a una certa fase di sviluppo, aderiscono obbligatoriamente tutti i 
lavoratori di una data categoria o industria. E' indubbio che in un tal campo il 
numero resta il coefficiente decisivo e in consultazione maggioritaria ha un 
grande valore; ma alla sua considerazione schematica si deve aggiungere quella 
degli altri fattori che si agitano nel seno della organizzazione sindacale: una 
gerarchia burocratizzata di funzionari che lo immobilizzano nel loro dominio e i 
gruppi di avanguardia che il partito politico rivoluzionario vi costituisce per 
condurlo sul terreno dell'azione rivoluzionaria. In questa lotta molte volte i 
comunisti dimostrano come i funzionari della burocrazia sindacale violino il 
concetto democratico e si infischino della volont della maggioranza.  giusto 
fare questo perch essi capi sindacali di destra ostentano la loro mentalit 
democratica e occorre mostrarli in contraddizione, come si fa dei liberali 
borghesi ogni volta che frodano e coartano la consultazione popolare, pur non 
facendosi l'illusione che questa, anche se liberamente effettuata, risolverebbe 
i problemi che premono sul proletariato.  giusto e opportune farlo perch nei 
momenti in cui le grandi masse si muovono per effetto di situazioni economiche  
possibile spostare l'influenza dei funzionari, che e un'influenza 
extraproletaria e proveniente, sebbene non in forma ufficiale, da classi e 
poteri estranei all'organizzazione sindacale, e aumentare l'influenza dei gruppi 
rivoluzionari. Ma in tutto ci non vi sono preconcetti "costituzionali", e pur 
di essere compresi dalla massa e di poterle dimostrare che agiscono nel senso 
dei suoi interessi meglio intesi, i comunisti possono e devono regolarsi 
elasticamente rispetto ai canoni della democrazia interna sindacale; non vi  ad 
esempio alcuna contraddizione tra queste due attitudini tattiche: prendere la 
rappresentanza di minoranza negli organi direttivi del sindacato fino a che gli 
statuti io consentono, e sostenere che questa rappresentanza statutaria deve 
essere soppressa allo scope di rendere pi agili gli organi esecutivi, appena 
questi sono da noi conquistati. Tutta la guida in questa questione  l'attenta 
analisi del processo di sviluppo dei sindacati nella fase attuale: si tratta di 
accelerare la loro trasformazione da organi di influenze controrivoluzionarie 
sul proletariato in organi di lotta rivoluzionaria; e i criteri di 
organizzazione interna non valgono in se stessi, ma in quanto si coordinano a 
questi fini. 
Resta infine l'analisi dell'organizzazione partito, dei cui caratteri abbiamo 
tuttavia gi detto a proposito dell'ingranaggio dello Stata operaio. Il partito 
non parte da una identit di interessi economici cos completa come il 
sindacato, ma in compenso stabilisce l'unit della sua organizzazione su una 
base tanto pi vasta quanto  la classe in confronto alla categoria. Non solo il 
partito si estende sulla base dell'intera classe proletaria nello spazio, fino a 
divenire internazionale, ma altres nel tempo: ossia esso  lo specifico organo 
la cui coscienza e la cui azione rispecchiano le esigenze del successo 
nell'intero cammino di emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Queste 
note considerazioni ci obbligano nello studiare i problemi di struttura e di 
organizzazione interna del partito a tener di vista tutto il processo della 
formazione e della vita di esso nei complessi compiti a cui risponde. Non 
possiamo alla fine di questa gi lunga trattazione entrare nei dettagli a 
proposito del meccanismo con cui nel partito dovrebbero avvenire le 
consultazioni della massa degli aderenti, il reclutamento, la designazione delle 
cariche in tutta la gerarchia.  indubitato che finora non vi  di meglio da 
fare che attenersi per lo pi al principio maggioritario. Ma, secondo quanto 
insistentemente mettiamo in vista, non  il caso di elevare a principio questo 
impiego del meccanismo democratico. A fianco di un compito di consultazione 
analogo a quello legislativo degli apparati di Stato, il partito ha un compito 
esecutivo che corrisponde addirittura nei momenti supremi di lotta a quello di 
un esercito, che esigerebbe il massimo di disciplina gerarchica. In via di 
fatto, nel complicate processo che ci ha portato ad avere dei partiti comunisti, 
la formazione della gerarchia  un fatto reale e dialettico che ha lontane 
origini e che risponde a tutto il passato di esperienza, di esercitazione del 
meccanismo del partito. Non possiamo concepire una designazione di maggioranza 
del partito come aprioristicamente tanto felice nella scelta quanto quella di un 
giudice infallibile e soprannaturale che dia i capi alle collettivit umane, a 
cui credano coloro secondo i quali  un dato di fatto la partecipazione ai 
conclavi dello Spirito Santo. Perfino in un organismo nel quale, come nel 
partito, la composizione della massa  il risultato d'una selezione, attraverso 
la spontanea adesione volontaria, e il controllo del reclutamento, il 
pronunziato della maggioranza non  per se stesso il migliore, e solo per 
effetto di coincidenze nel lavoro concorde e ben avviato esso viene a 
contribuire al migliore rendimento della gerarchia operante, esecutiva del 
partito. Che esso debba essere sostituito da un altro meccanismo, e quale sia 
questo, qui non proponiamo ancora n indaghiamo in dettaglio: certo che una 
simile organizzazione che sempre pi si liberi dai convenzionalismi del 
principio di democrazia  ammissibile, e non deve essere respinta con 
ingiustificate fobie, quando si potesse dimostrare che altri coefficienti di 
decisione, di scelta, di risoluzione dei problemi, si presentano pi consoni 
alle reali esigenze dello sviluppo del partito e della sua attivit, nel quadro 
della storia che si svolge. 
Il criterio democratico  finora per noi un accidente materiale per la 
costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti 
di partito: esso non  l'indispensabile piattaforma. Ecco perch noi non 
eleveremmo a principio la nota formula organizzativa del "centralismo 
democratico". La democrazia non pu essere per noi un principio; il centralismo 
lo  indubbiamente, poich i caratteri essenziali dell'organizzazione del 
partito devono essere l'unit di struttura e di movimento. Per segnare la 
continuit nello spazio della struttura di partito  sufficiente il termine 
centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuit nel tempo, 
ossia nello scope a cui si tende e nella direzione in cui si precede verso 
successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti 
di unit, noi proporremmo di dire che il partito comunista fonda la sua 
organizzazione sul "centralismo organico". Cos, conservando quel tanto 
dell'accidentale meccanismo democratico che ci potr servire, elimineremo l'uso 
di un termine caro ai peggiori demagoghi e impastato di ironia per tutti gli 
sfruttati, gli oppressi, e gli ingannati, quale quello di "democrazia", che  
consigliabile regalare per esclusivo loro uso ai borghesi e ai campioni del 
liberalismo variamente paludato talvolta in pose estremiste. 
  

